Dopo Che ti sei perso, avevo voglia di fare un podcast diverso. Non semplicemente un altro podcast. Un podcast che mi permettesse di fare un passo in avanti anche dal punto di vista della scrittura.
Che ti sei perso era nato con un obiettivo abbastanza preciso: parlare di cose che valeva la pena raccontare in un modo semplice, diretto, popolare. Era un prodotto pensato per essere ascoltato facilmente. Una storia, un argomento, una voce che ti accompagna e possibilmente ti fa venire voglia di continuare ad ascoltare.
Con Tu credi alle sirene? volevo fare l’opposto. Non nel senso di realizzare qualcosa di difficile per il gusto di renderlo difficile. Volevo provare a fare un podcast d’autore. E questa differenza, per me, è importante.

Che cosa significa “d’autore”
Quando dico podcast d’autore non intendo un podcast snob. Non significa parlare lentamente, usare parole complicate e mettere una musica malinconica ogni quaranta secondi.
Significa assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Della struttura, del linguaggio, del ritmo, del punto di vista. Significa che il contenuto non è sufficiente. Anche il modo in cui lo racconti diventa parte del contenuto.
Con Tu credi alle sirene? volevo quindi costruire qualcosa che avesse una precisa identità narrativa. Non prendere semplicemente delle informazioni su Napoli e metterle in fila. Non fare una biografia di Eduardo, una di Troisi e una di Sorrentino. Non realizzare un documentario turistico su Napoli. E nemmeno raccontare Napoli attraverso i soliti luoghi comuni.
Il progetto doveva avere una sua voce.
Quattro episodi
Il podcast è composto da quattro episodi: Partenope, Eduardo, Troisi, Sorrentino.
Quattro figure molto diverse tra loro. E proprio per questo interessanti. Partenope appartiene al mito. Eduardo al teatro. Troisi al cinema e alla comicità. Sorrentino al cinema contemporaneo.
Non volevo però fare quattro episodi scollegati. Il lavoro consisteva nel trovare un filo che permettesse di passare da uno all’altro.
Il filo, naturalmente, è Napoli. Ma Napoli non come semplice ambientazione. Napoli come immaginario, come linguaggio, come modo di guardare le cose, come città che può essere raccontata in modi completamente diversi senza smettere di essere riconoscibile.
La ricerca prima della scrittura
Fare un progetto del genere ha significato anche cambiare il mio modo di lavorare. Con un podcast più popolare puoi permetterti una costruzione più immediata. Qui invece la ricerca diventava parte integrante del processo.
Bisognava leggere, ascoltare, guardare, confrontare fonti. Capire quali informazioni fossero realmente utili alla storia e quali, invece, fossero soltanto interessanti.
Perché una delle difficoltà di un progetto d’autore è proprio questa: avere molto materiale non significa avere una storia. Anzi. A volte è il contrario. Più materiale hai, più devi essere bravo a decidere cosa lasciare fuori.
Il problema della densità
Tu credi alle sirene? è un podcast molto denso. E questa è stata una scelta.
Non volevo necessariamente che ogni passaggio fosse immediatamente comprensibile al primo ascolto. Volevo lasciare spazio a collegamenti, riferimenti, citazioni, cambi di prospettiva.
Questo comporta anche un rischio. Un prodotto popolare cerca generalmente di ridurre il più possibile la distanza tra quello che vuoi dire e chi ascolta. Un prodotto più autoriale può permettersi di lasciare qualche distanza. Può chiedere un po’ più di attenzione. Può non spiegare tutto.
Ma deve avere una ragione per farlo. Altrimenti diventa soltanto complicato.
E complicato non significa interessante.
Napoli senza “pizza e mandolino”
C’era poi un’altra cosa che volevo evitare: raccontare Napoli attraverso lo stereotipo di Napoli.
La città della pizza, del sole, del caos, dei vicoli e del mandolino. Tutto vero. Ma anche tutto troppo facile.
Napoli è stata raccontata talmente tante volte che il rischio, quando la racconti ancora, è quello di ripetere cose che il pubblico conosce già.
Per questo Partenope, Eduardo, Troisi e Sorrentino sono diventati fondamentali. Perché permettono di entrare in Napoli da quattro porte diverse: il mito, il teatro, la comicità, il cinema.
E attraverso queste quattro porte arrivare a qualcosa che va oltre la città: alle persone, alle relazioni, al modo in cui raccontiamo noi stessi.
“Tu credi alle sirene?”
Anche il titolo nasce da questa esigenza. Non volevo chiamarlo semplicemente Napoli. Non avrebbe detto praticamente nulla.
Tu credi alle sirene? invece è una domanda. E una domanda permette di iniziare un viaggio senza stabilire subito dove bisogna arrivare.
La sirena è Partenope. Ma non è soltanto Partenope. È anche il modo in cui costruiamo i miti. Il modo in cui trasformiamo una città in un racconto. Il modo in cui gli artisti prendono una realtà e la trasformano in qualcosa che, dopo di loro, diventa parte dell’immaginario collettivo.
È per questo che Partenope può stare nello stesso progetto di Eduardo, Troisi e Sorrentino. Non perché siano la stessa cosa, ma perché tutti, in modi completamente diversi, hanno contribuito a costruire un’immagine di Napoli.
La scelta più importante
Forse la cosa più importante che ho fatto con questo podcast è stata proprio scegliere di non semplificarlo troppo.
Con Che ti sei perso avevo scelto un linguaggio più popolare e di facile accesso. Con Tu credi alle sirene? ho voluto provare qualcosa di più ambizioso: più scritto, più ragionato, più stratificato.
Un progetto nel quale la scrittura non fosse semplicemente lo strumento per trasferire delle informazioni, ma fosse parte dell’esperienza di ascolto.
Questo comporta inevitabilmente qualche rischio. Può essere meno immediato. Può richiedere più attenzione. Può non piacere a chi cerca un prodotto da ascoltare distrattamente mentre fa altro.
Ma era esattamente quello che volevo sperimentare.
Perché dopo aver fatto un podcast che funzionava secondo una certa logica, avevo bisogno di capire cosa sarebbe successo se avessi cambiato completamente le regole.
E così è nato Tu credi alle sirene?
Quattro episodi. Partenope, Eduardo, Troisi e Sorrentino. Una città. Molto materiale. E la pretesa, forse un po’ ambiziosa, di provare a fare un podcast che non fosse soltanto un podcast su qualcosa.
Ma che avesse un punto di vista anche sul come raccontare quel qualcosa.
Alla fine, per me, è questa la differenza tra fare un podcast e provare a fare un podcast d’autore.


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